Il canto a tenore è un canto polivocale a quattro parti nel quale una sorta di solista (sa boghe) è accompagnato ad accordi da un coro a tre parti vocali gutturali (su bassu, sa contra, sa mesu boghe). In passato il canto a tenore era certamente diffuso in buona parte dell’isola. L’area di diffusione attuale è quella del centro nord Sardegna, in particolare nelle regioni del Marghine e del Montiferru, in Baronia, Barbagia, nel Monte Acuto, nel Goceano, nel Guilcer e nel Barigadu, così come in alcune comunità dell’Ogliastra e del Logudoro.

Il Canto a Tenore è stato inserito nel 2005 tra i Patrimoni orali e immateriali dell’umanità Unesco.

Il progetto è realizzato in collaborazione con Sòtziu Tenores Sardignia, associazione che riunisce oltre quaranta gruppi di tutta l’Isola.

T’iseto inoghe custu est logu tou/
e che rùndine bolende in chelu isorta/
as a torrare a inoghe onzi ‘orta/
chi ti brotat in coro amore nou.//
Beni t’iseto a manu aberta inoghe/
ue si cheres t’apo a esser frade/
ue cun fieresa in solidade/
ànima e laras sunt tot’una ‘oghe.// 

(ti aspetto qui, questo luogo è tuo/
e come una rondine che vola in celo libera/
tornerai qui ogni volta/
che ti germoglia in cuore un nuovo amore//
Vieni t’aspetto a mano tesa, qui/
dove se vuoi ti sarò fratello/
dove con fierezza, in solitudine/
anima e labbra hanno la stessa voce///.)

Giovanni Fiori

A boghe ‘e note (canto della notte o canto notturno)

eseguito dal gruppo Cussertu de Mamujada


Cando su primu tzufu ‘e pilos d’oro
a su fizu sa mama nd’at tusu
issa si lu remonit che tesoro
ligadu in nastru, in filu o in fusu
su primu fizu l’iscaldit su coro
ma s’ùltimu l’istimat de piusu
che chie a tatza a tatza su ‘inu tragat
sa prima iscaldit ma s’ùltima imbreagat.

Remundu Piras

 

Traduzione

Quando il primo ciuffo di capelli dorati
al proprio figlio la madre ha tagliato
lei lo custodisce come un tesoro
legato con un nastro, un filo o intorno a un fuso
il primo figlio le scalda il cuore
ma l’ultimo lo ama ancor di più
come accade a chi, bicchiere dopo bicchiere, beve il vino
il primo bicchiere scalda ma l’ultimo ubriaca.

Raimondo Piras

 

Commento al testo

Durante una gara di poesia improvvisata “gara de poesia logudoresa” ai poeti era stato assegna come tema, sul quale improvvisare le ottave, il confronto tra due concetti: il primo e l’ultimo.

Ciascun poeta doveva, come è d’obbligo nella tradizione della gara poetica, difendere il proprio tema e sminuire quello dell’altro poeta. A Raimondo Piras era toccata in sorte la parte dell’ultimo e quando lo sviluppo del tema era giunto, attraverso i complessi e sempre originali percorsi tipici della gara, a cantare la maternità, tziu Remundu aveva improvvisato questa ottava in endecasillabi che è diventata poi molto nota e riproposta anche dai cantori a tenore. La prima parte della strofa è tutta dedicata a disegnare un quadro familiare molto comune, basato sull’usanza diffusa di conservare una ciocca di capelli dei neonati, che esprime tutta l’intensità dell’amore materno. Il poeta afferma, difendendo il proprio tema, che se è vero che il primo figlio scalda il cuore della madre è altrettanto vero che è l’ultimo figlio a essere il prediletto e il più amato. Così nel distico a rima baciata di chiusura propone un paragone quasi blasfemo (com’era nel suo stile) ma molto efficace: quanto accade alla madre è simile a quanto accade al bevitore, il primo bicchiere scalda ma è l’ultimo quello che ubriaca.

S’arressa e a coru andende (letteralmente: canto fermo e canto con movimento,ovvero con ritmo)

eseguito dal gruppo Tenore Sa Niera (Pattada)


A su primu ispuntare de su die
cando su chelu restat pius serenu
cando su russignolu rie rie
allegru cantat in su litu amenu
a mie tando s’aparet a mie
chi fia de amargura totu pienu
ninfa mi paret, umana no este
tzinta de rajos e lughe tzeleste

Padre Luca Cubeddu

 

Traduzione

Ai primi bagliori del giorno
quando il cielo resta più sereno
quando l’usignolu quasi ridendo
canta allegro nell’ameno bosco
a me, in quel momento, appare a me
che ero colmo d’amarezza
una ninfa mi pare poiché umana non è
cinta di raggi e luce celeste.

 

Commento al testo

È la prima strofa di un lungo componimento in ottave che risale alla seconda parte del Diciottesimo secolo, opera di uno dei più grandi poeti della poesia in lingua sarda, il pattadese Giovanni Pietro Cubeddu più conosciuto come Padre Luca. Un poeta dalla vita travagliata e avventurosa: aveva studiato e quindi preso i voti presso gli Scolopi, dove divenne anche insegnante, per poi attraversare una lunga crisi che lo portò a vagare per le campagne del centro Sardegna cantando e scrivendo versi; tornato in convento dedicò gli ultimi anni della sua vita alla poesia religiosa.

È il poeta più cantato anche ai nostri giorni nelle interpretazioni del canto a tenore. Tutti i cantori hanno letto i suoi versi o li hanno appresi attraverso il canto dei più anziani e li ripropongono spesso come in questo caso hanno scelto di fare i cantori del Tenore Sa Niera; per i pattadesi infatti Padre Luca è a maggior ragione la fonte principale di ispirazione. La poesia proposta è un canto d’amore, certamente una delle più note e apprezzate, che si rifà allo stile dell’arcadia, una corrente letteraria che in quegli anni aveva proprio in Padre Luca uno degli esponenti di spicco in Sardegna. Un’immagine campestre apre la poesia, il cielo terso del mattino e il bosco ameno sono lo scenario nel quale riecheggia l’allegro canto dell’usignolo, una sorta di luogo magico nel quale al poeta, triste e amareggiato dalle vicissitudini, appare la donna, in sembianze non umane di ninfa circondata dai raggi di una luce celestiale.

A bolu (mutos a tenore)

eseguito da Tenore Sa Niera (Pattada)


Colant aes a bolu
in manzanos de oro
s’intendet custu cantu

Colant aes a bolu
De ojos ses s’ispantu
tocheddu de su coro
de s’ànima consolu

In manzanos de oro
De ojos ses s’ispantu
de s’ànima consolu
tocheddu de su coro

S’intendet custu cantu
De s’ànima consolu
ses tocheddu de coro
e de ojos s’ispantu

Bustianu Pilosu

 

Traduzione

Passa un volo d’uccelli
in mattini dorati
si sente questo canto

Passa un volo d’uccelli
Sei stupore degli occhi
battito del cuore
consolazione dell’anima

Sebastiano Pilosu

 

Commento al testo

Il canto “a mutos” è l’interpretazione a tenore di una delle forme più originali e identitarie della poesia sarda. Sos mutos sono infatti una forma di espressione poetica presente solo nella nostra Isola. La loro originalità si fonda sulla presenza in su mutu di due parti distinte chiamate istèrrida o pesada la prima e carralzu, o ammuntu o coberimentu la seconda.

La parte principale del mutu è la seconda (che è anche quella che viene composta per prima) in quanto in essa risiede il messaggio semantico del componimento. Ciascuna parte è composta da un numero variabile di versi settenari (in questo caso tre) non rimati tra loro, ma ogni verso di ciascuna strofa fa rima con un verso dell’altra ed è questo l’unico legame che le unisce. La prima strofa infatti non è legata semanticamente alla seconda ed espone contenuti anche molto diversi, immagini poetiche ma anche spesso delle frasi nonsense con pura funzione eufonica. Il tema tipico de sos mutos è l’amore.

Il mutu cantato dal tenore Sa Niera è appunto unu mutu de amore, come si evince dal contenuto de su carralzu, ma in s’istèrrida l’autore ha voluto ripartire dall’ambientazione del testo del canto a coru andende, la magica luce del mattino evocata da Padre Luca, per inserirvi uno stormo di uccelli in volo e il suono di un canto a tenore, richiamando così il titolo stesso del presente docufilm e il soggetto del medesimo, che è appunto il canto a tenore.

Su tusorzu (A coru andende)

Eseguito da Tenore Sos Isteddos (Pattada)


 

Sa cama ant isferradu dae manzanu

tota unida pronta a l’ispilire

sos tusores a fòrtighes in manu

betant boghe: alè a trobeire!

Lestros si movent sos trobeidores

a bentre a chelu li pijant sas ancas

sos trobeos los porrint sos minores

Acò s’armoniosu tichi taca

su rumore ‘e sas fòrtighes in motu

sos tusores unidos a fiotu
si puntigliant in pare totu afaca

Onz’intantu a s’acua unu tusore

faghet su tzinnu a comare fulana

sas bajaneddas pijende sa lana

Cantende bellos versos de amore

 

Traduzione

Al gregge hanno tolto i sonagli dal mattino

ora è unito, pronto per la tosatura

i tosatori con le forbici in mano

chiamano forte: dai legatele!

Svelti accorrono i legatori

a ventre in alto gli legano le gambe

le funi gliele porgono i bambini

Inizia l’armonioso tic tac

il rumore delle forbici in movimento

i tosatori uniti e numerosi

fanno a gara uno di fronte all’altro

Ogni tanto di nascosto un tosatore

Fa l’occhiolino a comare Fulana

Le ragazzine raccolgono la lana

Cantando bei versi d’amore.

 

Commento al testo

La poesia descrive in versi il “rito” della tosatura delle pecore, una festa partecipata nella quale ognuno ha la sua parte, bambini compresi. Una scena di vita comunitaria nella quale non manca il corteggiamento e che si chiude con i canti d’amore delle ragazze.

Sa puddedra curridora (a bogh’e ballu)

eseguito dal Tenore Sos Isteddos (Pattada)


A chie tenet dinari de avantzu
de los impiegare acolla s’ora
chi b’at una puddedra curridora

Bene domada e la ‘èndene como
Puddedra ‘e bona ratza e bona domo
Mèritat d’esser digna de rispetu
Est puddedra domada e nd’ant profetu

Cuddos chi tenent su dinari arressu…

Bartolu Serra

 

Traduzione

La puledra da corsa

Annuncio a chi ha denaro che gli avanza

Che è arrivata l’ora di impiegarlo

Poiché c’è una puledra da corsa
Domata bene e la vendono ora

Puledra di buona razza e di buon casato
Che merita d’esser degna di rispetto

È una puledra domata e possono trarne profitto 

Coloro che possiedono un capitale fermo…

Bartolomeo Serra

Commento al testo

Sa puddedra curridora è un lungo componimento in versi endecasillabi a rima baciata nel quale l’autore Bartolomeo Serra di Tissi (vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento) canta sotto metafora il suo sarcastico disprezzo per una giovane paesana. La metafora è quella della giovane cavalla, puledra, da corsa, molto usata e quindi molto chiara nel senso reale del significato: la puledra è in vendita. I giovanissimi cantori di Pattada non ne conoscono certo il significato sotteso e l’hanno certamente appresa per tradizione orale, ovvero ascoltandone l’interpretazione dei cantori adulti pattadesi. Si tratta infatti di un testo che fa parte di un poemetto, sa cantone ‘e Flora, che ha avuto un grande successo ed è in buona parte entrato nel repertorio dei cantori a tenore di numerosi paesi.